Un rumore conosciuto riempie l’aria: un parrocchetto ondulato che ripete esattamente una parola umana. Non solo un semplice richiamo, ma uno spettacolo che rivela quanto possa essere straordinario il cervello di questi uccelli. Da anni la comunità scientifica si interroga su come alcuni animali riescano a elaborare e riprodurre linguaggi complessi. Un punto fondamentale per capire da dove nasca la comunicazione stessa. Un recente studio ha messo sotto i riflettori specie di pappagalli con cervelli sorprendentemente sofisticati, con caratteristiche – diciamo – quasi simili a quelle umane, soprattutto per il controllo vocale. L’attenzione si è spostata su come questi volatili non solo sviluppano ma anche modulano i propri suoni, a differenza di altre specie meno dotate. Imitare suoni articolati? Non è proprio istinto, ma frutto di un sistema neurologico evoluto, fin troppo simile a certe funzioni del nostro cervello.
Una mappa cerebrale simile per suoni e parole
Sui pappagalli, gli studi neuroscientifici hanno individuato un’area specifica chiamata nucleo centrale dell’arcopallio anteriore (AAC). Un pezzo grosso, che governa la produzione vocale. Questa zona funziona un po’ come le aree motorie della corteccia umana coinvolte nelle parole articolate. Le specie con meno abilità vocali, tipo i fringuelli zebra, si arrangiano con circuiti nervosi molto più semplici. I parrocchetti invece usano l’AAC per un controllo vocale davvero complesso. I segnali partono dall’AAC, raggiungono la siringe – l’organo vocale degli uccelli – passano attraverso il tronco encefalico, creando quella che gli esperti chiamano una mappa motoria vocale. Questa struttura permette di modulare con precisione elementi come intonazione e armoniche, così che i suoni si avvicinano molto – a volte – a fonemi umani. Chi vive nelle grandi città, strano a dirsi, spesso vede il canto degli uccelli come semplice e istintivo. E invece no: dietro c’è un sistema complesso e raffinato, nato da una convergenza evolutiva. Insomma, specie lontane hanno sviluppato funzioni simili, pure se il percorso evolutivo è stato differente – ma con bisogno comunicativo condiviso.

Implicazioni pratiche per la comunicazione umana
Il fatto che il cervello dei pappagalli si avvicini a quello umano nella gestione del linguaggio apre prospettive nuove, soprattutto in medicina e riabilitazione neurologica. Nelle città italiane – dalle parti di Milano o Torino –, centri specializzati nel recupero dopo ictus o traumi cerebrali stanno guardando anche ai modelli animali, come il parrocchetto. Le somiglianze nelle strutture cerebrali suggeriscono una possibile strada per sviluppare terapie migliori, analizzando il controllo motorio vocale. Un particolare da non sottovalutare: i pappagalli domestici continuano a ripetere parole anche nei mesi più freddi, fatto che offre materiale prezioso per ricerche neuroscientifiche approfondite. Parallelismi di questo tipo fanno allargare lo sguardo al di là dei confini tradizionali, facendo diventare quegli uccelli modelli importanti per comprendere disturbi del linguaggio e la comunicazione umana. Ecco perché cresce l’interesse verso questi animali, non solo come compagni di casa, ma come protagonisti della scienza applicata.